Mostre a Milano

PERCHÉ RIVIVA LA PIETÀ

Mostra a Milano, Al Castello Sforzesco, un percorso tra antiche rappresentazioni del Vesperbild, "immagine dei vespri", l'ora della deposizione, prepara alla visione della "Pietà Rondanini" di Michelangelo, attraverso la compassione e il dolore della Madonna

di Giuseppe Frangi 20.11.2018 

Invece che Pietà Rondanini l’ultimo capolavoro di Michelangelo potrebbe intitolarsi Vesperbild Rondanini. “Vesperbild” in tedesco significa “immagine dei vespri”, in quanto nel breviario l’ora dei vespri corrisponde alla deposizione dalla Croce e, quindi, le pagine erano spesso corredate da quella scena di devozione. L’immagine è quella a noi tutti ben famigliare della Madonna che regge in grembo il Figlio morto: una scena che i Vangeli non raccontano, ma che è entrata potentemente nella devozione popolare, replicata in migliaia di immagini, dipinte o scolpite che siano.

Da quanto è dato sapere l’inizio di questa tradizione risalirebbe al 1298, quando nella chiesa carmelitana di Colonia venne istituita un’indulgenza per chi avesse pregato davanti ad una statua di Maria con Gesù sulle ginocchia. Da lì, anche grazie alla spinta dei domenicani presenti nella città tedesca con lo Studium guidato da Maestro Eckhart, questa immagine si è diffusa a macchia d’olio, valicando presto anche le Alpi: un’immagine suscitatrice di compassione per Cristo attraverso il dolore della Madre. A questa affascinante vicenda iconografica è dedicata un’intensa e preziosa mostra allestita al Castello Sforzesco di Milano, non a caso negli spazi contigui alla grande sala che dal 2015 accoglie la Pietà Rondanini: una mostra che prepara alla visione del capolavoro aiutando a comprenderne significato e radici. 

I curatori, Claudio Salsi, Giovanna Mori e Antonio Mazzotta (con quest’ultimo è in calendario una visita guidata a cura di Casa Testori sabato 24 novembre, ore 11 - info@casatestori.it), hanno voluto coraggiosamente tenere come titolo della mostra, quella parola chiave, Vesperbild. È un viaggio che prende spunto da un’intuizione di un grande storico come Salvatore Settis, che, già ai tempi del nuovo allestimento della Rondanini, aveva lanciato l’idea di un approfondimento sull’iconografia della Pietà per una vera valorizzazione e comprensione di quel capolavoro. Spiega Settis: «L’assiduo esercizio della Pietà richiedeva che lo sguardo del credente, fisso ora sui testi ora sulle immagini sacre, ne sapesse distillare passioni o emozioni intensamente vissute e perciò spiccatamente corporee. Per riviverle interiormente e per farle proprie».  

In mostra il viaggio inizia con un capolavoro di struggente e drammatica verticalità, proveniente da Francoforte: un Vesperbild datato fine 1300. Il corpo di Cristo, tenuto da Maria, ruota verso il fedele, per mostrarsi meglio, con il costato smangiato dal dolore e dalla magrezza. Colpisce, per contrapposizione, la compostezza di Maria, che regge il corpo del Figlio, con la coscienza di chi sa nel profondo del suo cuore, che cosa seguirà a quel momento di drammatico dolore. L’immagine della Pietà arriva presto in Italia, come dimostra una tavola dipinta intorno al 1368 da un artista denominato Simone dei Crocefissi. È firmata e proviene, non a caso, da Bologna, città che aveva visto un’importante presenza dei domenicani: san Domenico, del resto, aveva passato qui gli ultimi anni della sua vita e qui era morto nel 1221.

Il viaggio in mostra continua con una serie di Pietà meravigliose che introducono sempre qualche piccola variante a quel modello ormai consolidato e così cercato dai fedeli. Ad esempio, in una scultura in alabastro, proveniente dal Louvre e riferita ad una scuola riminese, Maria con un gesto dolcissimo regge, da sotto, la testa sporgente del Figlio. Cosa che non accade in un’altra opera, forse l’acuto dell’intera mostra: una scultura policroma in legno del senese Pietro Vecchietta. Il volto di Cristo si rovescia all’indietro, in un abbandono drammatico all’inerzia della morte. Ma anche in questo caso l’artista lascia aperto a suo modo uno spiraglio, nella dolcezza con cui intaglia e plasma il corpo così inarcato di Cristo, già pronto per la gloria della Resurrezione. Non a caso con i piedi Gesù schiaccia il serpente, simbolo del male.  

Passando attraverso tanti capolavori, la mostra approda alla prima Pietà di Michelangelo, quella giovanile, realizzata per San Pietro. Il capolavoro è presente naturalmente non dal vero ma grazie ad una copia in gesso di alta qualità: anche Michelangelo si era mosso dentro la tradizione del Vesperbild, ma con lui la radice nordica dell’iconografia confluisce in un’immagine dal respiro meravigliosamente classico. È ben diverso, invece, il Michelangelo che 60 anni dopo si mette all’opera per realizzare l’ultimo suo capolavoro, la Pietà Rondanini, visitabile appena usciti dalla mostra. È un Michelangelo che si scopre nordico, con quella sua costruzione così verticale da sembrare quasi gotica. Le figure della Madre e del Figlio, come scrisse colui che fece l’inventario all’indomani della morte del maestro, sono «attaccate insieme», in una fusione di affetti e di destino, con una verticalità così intensa, commovente da avere pochi paragoni nella storia dell’arte.